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Mèrica
Faìs, borgata di montagna delle Prealpi Venete, 1876. Arturo Piccin, sfinito da vent’anni di emigrazione temporanea nelle miniere tedesche, incapace di sostentare adeguatamente la famiglia, un giorno batte i pugni sul tavolo e dice: “Basta! Non resta altro da fare: andiamo via!” La “Mèrica”, questa chimera, si delinea come una possibilità. Serviranno tre anni per prepararsi, poi nel 1879 la famiglia Piccin parte per il Brasile. Quel luogo, però, non si rivela il paese della cuccagna come era stato descritto, ma la terra della sofferenza, dove i campi debbono essere strappati alla foresta. I coloni incontreranno ancora la fame e proveranno il disagio di vivere in un ambiente ostile e sconosciuto. In un primo tempo rimpiangeranno la scelta fatta e nelle lettere ai parenti rimasti in Italia nasconderanno per vergogna gli eventi più drammatici. Alla fine, con caparbietà, i Piccin (diventati “Pitin” per errata trascrizione), così come tante altre famiglie immigrate dall’Italia, riusciranno a ricostruirsi una nuova vita e per loro si apriranno nuove prospettive.
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